Ortodonzia dei bambini · Omnia Centro Odontoiatrico
Il mento del tuo bambino sembra sempre un passo avanti? C’è un’età precisa in cui puoi ancora intervenire sull’osso, non solo sui denti
Dott. Roberto Rinaldi
Specialista in Ortognatodonzia nei bambini e adulti
Ci sono genitori che se ne accorgono guardando le foto dei compleanni, una dietro l’altra: il profilo del figlio cambia, il mento sembra “vincere” sempre di più sul resto del viso. Altri lo notano dal pediatra, o dal dentista di famiglia, quando i denti da latte davanti si chiudono al contrario: gli incisivi inferiori davanti a quelli superiori, invece che dietro.
In entrambi i casi il sospetto è lo stesso: III classe scheletrica.
È un problema che in ortodonzia conosciamo bene. Quasi nessun genitore, però, ne ha mai sentito parlare prima di sentirselo dire in uno studio. E ha una caratteristica su cui vogliamo essere chiari fin da subito: esiste un’età in cui si può ancora intervenire sull’osso. Prima e dopo quella finestra, si lavora soltanto sui denti.
Capire questa differenza, oggi, può voler dire evitare un intervento chirurgico da adulti.
Cos’è davvero la III classe scheletrica
Quando si parla di “III classe” si pensa quasi sempre a un’unica cosa: la mandibola troppo avanti. Il quadro che vediamo ogni giorno in studio, però, è più sfumato: nasce dalla combinazione di due fattori, non da uno solo.
Sui denti veri si vede così: guardando la bocca di lato, l’arcata inferiore sta più avanti di quella superiore. È lo stesso rapporto dello schema qui accanto.
La linea tratteggiata è il punto in cui le due mascelle dovrebbero incontrarsi.
- Mascella superiore
- Cresce meno del previsto e resta indietro. Il terzo medio del viso — la zona sotto gli occhi e attorno al naso — appare “svuotato”.
- Mandibola
- Cresce più del previsto, o troppo in avanti. È quella che porta il mento a sporgere rispetto al resto del viso.
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Soprattutto il palato indietro
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Soprattutto la mandibola avanti
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Un po’ tutte e due — il caso più frequente
Nella maggior parte dei bambini non c’è “solo” un palato indietro o “solo” una mandibola avanti: c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altra, in proporzioni che cambiano da bambino a bambino.
Per questo la diagnosi si fa caso per caso, con una visita e con esami specifici. Guardare il profilo non basta: ti dice che c’è un problema, non da dove arriva.
Se ti dice qualcosa l’espressione “mandibola asburgica”, hai già in mente di cosa stiamo parlando. Nei ritratti della dinastia degli Asburgo, dipinti lungo quattro secoli, lo stesso mento sporgente torna di generazione in generazione: è l’esempio da manuale di quanto la forma delle mascelle si trasmetta in famiglia. Ed è il motivo per cui, in visita, ti chiediamo sempre se qualcuno fra genitori, nonni o zii ha un profilo simile.
Perché il palato è la parte su cui puoi agire subito
C’è un punto che cambia ogni decisione clinica.
Il palato ha delle suture, delle vere e proprie “cerniere” fra le ossa, che restano aperte e modificabili durante la crescita. Finché quelle cerniere sono aperte, un ortodontista può intervenire su come cresce la mascella superiore: allargarla e, soprattutto, aiutarla a venire avanti, che è esattamente dove nella III classe non è riuscita ad arrivare.
Lo strumento principale per farlo si chiama maschera di Delaire: un apparecchio esterno, ancorato sulla fronte e sul mento, che il bambino indossa alcune ore al giorno, di solito la sera e la notte. Esercita una trazione leggera e costante sulla mascella superiore, e la accompagna verso la posizione corretta.
Va sempre insieme a un’espansione del palato: allargare le suture rende più facile anche il movimento in avanti.
Detta così sembra un oggetto astratto. Dentro la bocca, invece, è questo.
Il momento in cui l’osso “ascolta” di più: 4-5 anni
Non tutte le età sono uguali. La maschera di Delaire riesce a modificare davvero l’osso, e non soltanto a spostare i denti, in una finestra precisa: intorno ai 4-5 anni.
È un’età che a molti genitori sembra sbagliata: “troppo presto per l’apparecchio”.
È esattamente il contrario. Le suture del palato non saranno mai più reattive di così, e lo stesso identico trattamento, fatto qualche anno dopo, dà un risultato molto più modesto.
Per questo la prima valutazione ortodontica non va rimandata all’età in cui “spuntano i denti definitivi”. Se c’è un sospetto di III classe, prima si guarda e prima si capisce se e quando intervenire.
Non è un riferimento teorico: i tre bambini che vedi fotografati in questa pagina hanno iniziato tutti a 5 anni, con lo stesso apparecchio.
Perché aspettare è il vero rischio
C’è una cosa che preferiamo dirti apertamente, anche se non fa piacere sentirla.
Non esiste nessun apparecchio, di nessun tipo, in grado di fermare la crescita della mandibola. Nessuno. La si può accompagnare, monitorare, in alcuni casi orientare. Spegnere, no.
Questo significa una cosa molto concreta: se la mascella superiore resta indietro mentre la mandibola continua a crescere secondo il suo programma genetico, il divario fra le due ossa non si riduce da solo. Anzi, tende ad aumentare, anno dopo anno.
È qui che si gioca la posta vera del trattamento intercettivo.
Se si agisce presto sulla mascella superiore, portandola dove dovrebbe essere, si riduce il vantaggio che la mandibola accumulerebbe negli anni. Se non si agisce, quel vantaggio continua a costruirsi in silenzio, ogni volta che il bambino cresce.
A fine crescita, quella differenza può essere l’ago della bilancia fra un caso ancora gestibile con la sola ortodonzia e un caso che richiede una chirurgia ortognatica.
Non significa che ogni bambino con III classe finirà in sala operatoria se non trattato in tempo. Significa che la finestra dei 4-5 anni è l’occasione in cui hai più margine per allontanare quello scenario, e che ogni anno che passa senza una valutazione è un anno in cui quel margine si restringe.
Non è una teoria astratta. Nella nostra esperienza, seguendo nel tempo i bambini con III classe presi in cura, solo il 5% dei casi è stato poi destinato alla chirurgia ortognatica. Il resto è stato gestito con la sola ortodonzia, proprio grazie a un intervento tempestivo sulla mascella superiore durante la crescita.
“Quindi abbiamo finito con l’apparecchio?”
È la domanda che ci sentiamo fare quasi sempre, a trattamento intercettivo riuscito: la maschera di Delaire ha fatto il suo lavoro, il profilo è visibilmente migliorato.
La risposta, quasi sempre, è no.
Non perché il trattamento non abbia funzionato. Ma finché la crescita ossea non è conclusa, la mandibola può continuare a crescere: quello che hai ottenuto a 5 anni non resta automaticamente uguale a 12, a 15, a 17 anni. Il caso non si considera chiuso finché il picco di crescita puberale non è terminato.
C’è poi un’altra cosa che quasi nessun genitore sa, e che invece decide i tempi reali del percorso.
Il menarca è il punto di svolta
Subito dopo la velocità frena di colpo. In due o tre anni la crescita si esaurisce, di solito intorno ai 16 anni.
Nessun evento segna il cambio
Dopo il picco dei 13-14 anni la discesa è lenta e progressiva: si guadagna ancora qualcosa fino ai 18-20 anni, quasi senza accorgersene.
Nelle femmine abbiamo un riferimento biologico abbastanza chiaro: il menarca segna una frenata netta, e un anno dopo il quadro si può quasi sempre considerare stabile.
Nei maschi non c’è nessun evento che faccia da sveglia. Dopo il picco dei 13-14 anni la crescita non si ferma: rallenta soltanto. Si continua a guadagnare qualcosa ogni anno, poco per volta, fino ai 18-20 anni.
Ed è proprio perché è impercettibile che ci si convince che vada tutto bene molto prima che sia davvero così.
Per questo il percorso corretto in un bambino con III classe non è “un apparecchio e poi si chiude”: è un percorso di accompagnamento della crescita, con controlli periodici, fino a quando lo scheletro non ha davvero finito il suo lavoro.
Cosa fare, in pratica
Se hai notato uno di questi segnali nel tuo bambino, vale la pena farlo valutare, anche se ti sembra “ancora piccolo per l’ortodontista”:
- il mento appare sempre un po’ più avanti rispetto al resto del viso, soprattutto di profilo
- gli incisivi da latte si chiudono “al contrario”, con quelli inferiori davanti ai superiori
- in famiglia qualcuno ha un profilo simile, o ha fatto un intervento ortognatico da adulto
- il pediatra o il dentista di famiglia hanno già sollevato il dubbio
Perché insisto tanto sul momento giusto
Mi occupo in modo esclusivo di ortognatodonzia dal 2011. Dal 2017 ho approfondito il tema degli ancoraggi scheletrici, con corsi di formazione in Italia e all’estero, e oggi sono relatore in corsi e congressi dedicati proprio a questo argomento. Sono inoltre il referente clinico a cui altri studi inviano i casi ortodontici più complessi, e il referente del network di laboratori The Point per la programmazione digitale degli ancoraggi scheletrici.
È un’esperienza maturata su casi che vanno dai più semplici ai più difficili. Ed è il motivo per cui a Omnia diamo tanto peso al momento giusto: negli anni ho visto la differenza che fa intervenire a 4-5 anni invece di aspettare.
Il prossimo passo
Una visita di valutazione ortodontica in età precoce non impegna a nessun trattamento immediato: serve a capire se il tuo bambino rientra nella finestra in cui l’osso si può ancora modificare, o se per ora basta osservare la crescita nel tempo.
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Le fotografie dei casi clinici sono pubblicate con il consenso delle famiglie. Ogni caso è singolo: il risultato descritto riguarda quel bambino e non è prevedibile per altri, perché dipende da quando si interviene e da come cresce.
