

Ci sono genitori che se ne accorgono guardando le foto dei compleanni, una dietro l’altra: il profilo del figlio cambia, il mento sembra “vincere” sempre di più sul resto del viso. Altri lo notano dal pediatra, o dal dentista di famiglia, quando i denti da latte davanti si chiudono al contrario: gli incisivi inferiori davanti a quelli superiori, invece che dietro.
In entrambi i casi il sospetto è lo stesso: III classe scheletrica.
È un problema che in ortodonzia conosciamo bene e che trattiamo quotidianamente nel nostro centro specializzato in ortodonzia Omnia a Santarcangelo di Romagna. Quasi nessun genitore, però, ne ha mai sentito parlare prima di sentirselo dire in uno studio. E ha una caratteristica su cui vogliamo essere chiari fin da subito: esiste un’età in cui si può ancora intervenire sull’osso. Prima e dopo quella finestra, si lavora soltanto sui denti.
Capire questa differenza, oggi, può voler dire evitare un intervento chirurgico da adulti.
Quando si parla di “III classe” si pensa quasi sempre a un’unica cosa: la mandibola troppo avanti. Il quadro che vediamo ogni giorno in studio, però, è più sfumato: nasce dalla combinazione di due fattori, non da uno solo.

Le possibili cause della malocclusione
Lo stesso mento sporgente può nascere da tre situazioni diverse. È il motivo per cui non basta guardare un profilo per capire da dove arriva il problema.
Nella maggior parte dei bambini non c’è “solo” un palato indietro o “solo” una mandibola avanti: c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altra, in proporzioni che cambiano da bambino a bambino.
Per questo la diagnosi si fa caso per caso, con una visita e con esami specifici. Guardare il profilo non basta: ti dice che c’è un problema, non da dove arriva.
Se ti dice qualcosa l’espressione “mandibola asburgica”, hai già in mente di cosa stiamo parlando. Nei ritratti della dinastia degli Asburgo, dipinti lungo quattro secoli, lo stesso mento sporgente torna di generazione in generazione: è l’esempio da manuale di quanto la forma delle mascelle si trasmetta in famiglia. Ed è il motivo per cui, in visita, ti chiediamo sempre se qualcuno fra genitori, nonni o zii ha un profilo simile.
C’è un punto che cambia ogni decisione clinica.
Il palato ha delle suture, delle vere e proprie “cerniere” fra le ossa, che restano aperte e modificabili durante la crescita. Finché quelle cerniere sono aperte, un ortodontista può intervenire su come cresce la mascella superiore: allargarla e, soprattutto, aiutarla a venire avanti, che è esattamente dove nella III classe non è riuscita ad arrivare.
Lo strumento principale per farlo si chiama maschera di Delaire: un apparecchio esterno, ancorato sulla fronte e sul mento, che il bambino indossa alcune ore al giorno, di solito la sera e la notte. Esercita una trazione leggera e costante sulla mascella superiore, e la accompagna verso la posizione corretta.
Va sempre insieme a un’espansione del palato: allargare le suture rende più facile anche il movimento in avanti.
La maschera facciale, o maschera di Delaire, è un dispositivo extraorale che trasmette una trazione alla mascella superiore tramite elastici collegati a un apparecchio intraorale. In alcuni protocolli viene associata a un espansore del palato; la configurazione, la direzione della trazione e le ore d’uso sono stabilite dall’ortodontista in base al caso. Non è un apparecchio che spinge indietro o arresta la crescita della mandibola: l’obiettivo è influenzare il rapporto tra le arcate e migliorare la posizione della mascella superiore nei bambini per i quali questa strategia è indicata.
La collaborazione è una parte concreta del trattamento: il dispositivo va portato secondo le istruzioni ricevute e il bambino deve tornare ai controlli, così lo specialista può valutare comfort, adattamento e risposta. La durata non è identica per tutti e un cambiamento iniziale del morso non garantisce che il risultato resti invariato durante tutta la crescita. Possono essere necessari ulteriori controlli o fasi ortodontiche; in alcuni casi la risposta scheletrica è limitata o il problema ricompare con la crescita. Prima di iniziare, è quindi utile chiedere quale obiettivo si persegue, come sarà misurato il risultato, quali alternative sono ragionevoli e quale piano di monitoraggio è previsto. Le fotografie cliniche mostrano l’esito di singoli bambini, non una previsione individuale.
Detta così sembra un oggetto astratto. Dentro la bocca, invece, è questo.


Non tutte le età sono uguali. La maschera di Delaire riesce a modificare davvero l’osso, e non soltanto a spostare i denti, in una finestra precisa: intorno ai 4-5 anni.
È un’età che a molti genitori sembra sbagliata: “troppo presto per l’apparecchio”.
È esattamente il contrario. Le suture del palato non saranno mai più reattive di così, e lo stesso identico trattamento, fatto qualche anno dopo, dà un risultato molto più modesto.
Per questo la prima valutazione ortodontica non va rimandata all’età in cui “spuntano i denti definitivi”. Se c’è un sospetto di III classe, prima si guarda e prima si capisce se e quando intervenire.
Non è un riferimento teorico: i tre bambini che vedi fotografati in questa pagina hanno iniziato tutti a 5 anni, con lo stesso apparecchio.
C’è una cosa che preferiamo dirti apertamente, anche se non fa piacere sentirla.
Non esiste nessun apparecchio, di nessun tipo, in grado di fermare la crescita della mandibola. Nessuno. La si può accompagnare, monitorare, in alcuni casi orientare. Spegnere, no.
Questo significa una cosa molto concreta: se la mascella superiore resta indietro mentre la mandibola continua a crescere secondo il suo programma genetico, il divario fra le due ossa non si riduce da solo. Anzi, tende ad aumentare, anno dopo anno.
È qui che si gioca la posta vera del trattamento intercettivo.
Se si agisce presto sulla mascella superiore, portandola dove dovrebbe essere, si riduce il vantaggio che la mandibola accumulerebbe negli anni. Se non si agisce, quel vantaggio continua a costruirsi in silenzio, ogni volta che il bambino cresce.
A fine crescita, quella differenza può essere l’ago della bilancia fra un caso ancora gestibile con la sola ortodonzia e un caso che richiede una chirurgia ortognatica.
Non significa che ogni bambino con III classe finirà in sala operatoria se non trattato in tempo. Significa che la finestra dei 4-5 anni è l’occasione in cui hai più margine per allontanare quello scenario, e che ogni anno che passa senza una valutazione è un anno in cui quel margine si restringe.
Non è una teoria astratta. Nella nostra esperienza, seguendo nel tempo i bambini con III classe presi in cura, solo il 5% dei casi è stato poi destinato alla chirurgia ortognatica. Il resto è stato gestito con la sola ortodonzia, proprio grazie a un intervento tempestivo sulla mascella superiore durante la crescita.

È la domanda che ci sentiamo fare quasi sempre, a trattamento intercettivo riuscito: la maschera di Delaire ha fatto il suo lavoro, il profilo è visibilmente migliorato.
La risposta, quasi sempre, è no.
Non perché il trattamento non abbia funzionato. Ma finché la crescita ossea non è conclusa, la mandibola può continuare a crescere: quello che hai ottenuto a 5 anni non resta automaticamente uguale a 12, a 15, a 17 anni. Il caso non si considera chiuso finché il picco di crescita puberale non è terminato.

Se hai notato uno di questi segnali nel tuo bambino, vale la pena farlo valutare, anche se ti sembra “ancora piccolo per l’ortodontista”:
Mi occupo in modo esclusivo di ortognatodonzia dal 2011. Dal 2017 ho approfondito il tema degli ancoraggi scheletrici, con corsi di formazione in Italia e all’estero, e oggi sono relatore in corsi e congressi dedicati proprio a questo argomento. Sono inoltre il referente clinico a cui altri studi inviano i casi ortodontici più complessi, e il referente del network di laboratori The Point per la programmazione digitale degli ancoraggi scheletrici.
È un’esperienza maturata su casi che vanno dai più semplici ai più difficili. Ed è il motivo per cui a Omnia diamo tanto peso al momento giusto: negli anni ho visto la differenza che fa intervenire a 4-5 anni invece di aspettare.
Una visita di valutazione ortodontica in età precoce non impegna a nessun trattamento immediato: serve a capire se il tuo bambino rientra nella finestra in cui l’osso si può ancora modificare, o se per ora basta osservare la crescita nel tempo.
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Le fotografie dei casi clinici sono pubblicate con il consenso delle famiglie. Ogni caso è singolo: il risultato descritto riguarda quel bambino e non è prevedibile per altri, perché dipende da quando si interviene e da come cresce.
No. Può essere un segnale, ma l’aspetto del mento da solo non identifica la causa. La relazione tra mascella, mandibola e denti va valutata clinicamente.
Se noti un morso inverso, un profilo che ti preoccupa o hai ricevuto un’indicazione dal pediatra o dal dentista, puoi chiedere una valutazione anche in età prescolare. La visita non comporta automaticamente l’inizio di un trattamento: il momento dipende dal caso e dalla crescita.
No: è utilizzata per applicare una trazione alla mascella superiore in casi selezionati. Non arresta la crescita mandibolare e la risposta varia da bambino a bambino.
Non esiste una durata uguale per tutti. Dipende dal problema, dal protocollo, dalla collaborazione e dalla risposta osservata ai controlli. Lo specialista può fornire una stima individuale, che potrebbe essere aggiornata durante il percorso.
No. Può essere utile in pazienti selezionati, ma non garantisce di evitare un eventuale trattamento chirurgico. La crescita e la gravità della discrepanza influenzano il risultato.
Non necessariamente. Poiché la crescita continua, l’ortodontista può consigliare controlli nel tempo e valutare se servono ulteriori cure quando cambia la dentizione.